Obsolescenza programmata e ecosostenibilità

Chi non ha pensato almeno una volta nella vita che certi prodotti si rompono un po’ troppo spesso? Forse non è un caso, anzi. Fin dagli anni Trenta del secolo scorso in America per cercare di risollevare i consumi colpiti dalla Grande Depressione l’economista Bernard London propose in un suo scritto, “La fine della depressione attraverso l’obsolescenza pianificata” , di stabilire per legge una “obsolescenza” dei prodotti così che fosse necessario effettuare acquisti di sostituzione che avrebbero stimolato la ripresa. La proposta di London non si sarebbe dovuto tradurre in una misura “una tantum” ma una politica continuativa che avrebbe garantito, tra l’altro, nuovi introiti fiscali allo stato.

London, bontà sua, proponeva che la durata dei prodotti potesse essere accordata all’andamento del ciclo economico in modo da svolgere una funzione anticiclica (prodotti di più lenta obsolescenza avrebbero evitato di surriscaldare troppo l’economia in periodi di espansione, mentre un’obsolescenza più rapida avrebbe sostenuto i consumi in fasi di contrazione), ma non se ne fece mai nulla, ma ormai il vaso di Pandora era stato scoperchiato.

Pochi anni (nel 1935) dopo la DuPont inventava la prima fibra sintetica, il nylon, che venne utilizzata per creare calze da donna più resistenti di quelle in seta. Essendo però praticamente indistruttibili, queste calze rischiavano di non venir cambiate mai così la stessa DuPont “fragilizzò” la nuova fibra, di fatto introducendo una obsolescenza pianificata delle sue calze come ricorda anche l’economista francese Serge Latouche (sostenitore della teoria della “decrescita felice”) nel suo libro “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata” (Bollati Boringhieri).

 

Ma già dieci anniprima, nel 1924, il Phoebus Cartel, lobby dei principali produttori europei e americani di lampadine a incandescenza (cartello sciolto nel 1939 per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale), aveva imposto uno standard tecnico per omologare la produzione, con un limite di 1.000 ore di durata di ogni lampadina, definita come una “ragionevole aspettativa di vita, ottimale per la maggior parte delle lampadine”, che qualcuno ritiene possa essere considerato il precursore del concetto di “obsolescenza programmata”

 

Sospetto più che legittimo visto che in California, nella caserma dei vigili del fuoco di Livermore-Pleasanton, una comune lampadina da 4 watt, la “Centennial Light”è accesa dal 1901 pressoché ininterrottamente (salvo brevi pause dovute ad alcuni trasporti della lampadina in diverse sedi dei vigili del fuoco). Considerando che un anno è costituito da 8.760 ore circa, la lampadina in questione è “sopravvissuta” per quasi un milione di ore, ossia mille volte la “ragionevole aspettativa di vita” sopra ricordata.

In epoca più recente all’obsolescenza programmata per motivi “tecnici” si è andata ampiamente sostituendo un’obsolescenza indotta da fenomeni di moda e di continua innovazione dei prodotti: chi di voi usa ancora un computer dei primi anni Novanta o un cellulare di tre anni or sono, che pure probabilmente sarebbero tuttora in grado di funzionare? In questi casi tuttavia gli economisti parlano di “obsolescenza percepita” o “obsolescenza simbolica”. Programmata, percepita o simbolica che sia, l’obsolescenza se eccessivamente rapida può produrre due conseguenze ugualmente sgradevoli: anzitutto tende ad incrementare i rifiuti del mondo occidentale, contribuendo a inquinare il pianeta.

In secondo luogo chi ha comprato un prodotto che si è “guastato” o è finito “fuori moda” dopo poco tempo, difficilmente morirà dalla voglia di tornare ad acquistarne un altro dallo stesso produttore e sarà più facilmente tentato dall’offerta di qualche suo concorrente. O magari, in tempi di crisi, sarà tentato da tornare a farselo riparare prima di buttarlo via: sembra incredibile ma i nostri nonni e persino i nostri padri la consideravano una pratica normale. Come cambia il mondo, vero?